mercoledì 25 marzo 2009

Pulizie di primavera


È primavera già da quattro giorni, oggi è anche una bella giornata, limpida e azzurra... è proprio ora di fare un po' di pulizie di primavera. La finestra davanti a me inquadra delle anziane signore che già si danno dattorno a sciorinare lenzuola e copriletti, azzurri come il cielo, in una lenta e frenetica danza da formiche operaie.

È tempo di pulizia, dentro e fuori, è tempo di rinnovare l'aria, di togliere la polvere, tornare a sentire l'ebbrezza dell'aria fresca che tonifica la mente e il corpo. Tornare a vivere, insomma. L'essenza stessa del concetto di primavera.


È stato un inverno duro, cupo, freddo e non solo in senso meteorologico. Pessime previsioni, pessime aspettative, pessima realtà quotidiana. Ma siamo comunque sopravvissuti, siamo comunque andati oltre, con una tenacia che non si sospettava avessimo, che io non sospettavo di avere. Questo deve pur significare qualcosa, no? Qualunque cosa sia, è bello che ci sia. Abbiamo provato una volta di più che è difficile abbatterci, che esiste una forza positiva che resiste, resiste, resiste, testardamente resiste, a dispetto anche dell'evidenza dei fatti.


Quest'ennesima prova, in fondo (molto in fondo) ha avuto anche un lato positivo: lo scemare delle risorse ha costretto un po' tutti a rivedere le priorità, ad eliminare sovrastrutture posticce e fittizie, desideri indotti ed artificiali, bisogni inesistenti per concentrarsi su quello che serve realmente, sui livelli minimi di sopravvivenza, e solo dopo, con quello che avanza, se avanza, dare un po' di sapore.


Ora, la chiamata alla nuova vita della natura, la primavera, impone un'altra riflessione: dove vogliamo crescere? In che direzione, con quali regole, con quali risorse, per costruire che cosa? Indietro non si torna, questo è assodato: la demolizione del sistema che esisteva è stata totale, checché ne dicano i media, quindi siamo ad un momento di svolta radicale. Tocca solo vedere chi guida...


E qui siamo messi maluccio, direi.

sabato 28 febbraio 2009

Decline and fall of Roman Empire

Il declino e la caduta dell'impero romano: un volumone che ho solo sentito citare, non ricordo se in un film, in un fumetto o dove, ma il cui titolo ben si adatta alla situazione attuale. Declino in atto e caduta prevedibile tra breve, si potrebbe dire, vista la situazione che si sta prospettando. Molti economisti hanno detto che l'attuale crisi può e deve essere un'occasione per un cambiamento radicale, per una revisione seria e profonda dei sistemi che reggono l'economia e la politica del mondo occidentale. Allo stato dell'arte, nell'italietta nostra, sembra che l'occasione sia stata colta dai soliti furbetti del quartierino per forzare in maniera definitiva il sistema a loro esclusivo favore.

Ronde, intercettazioni, testamento biologico, tremontibond, sono solo alcune delle icone dietro le quali si celano alcune delle porcate più assurde e gravi degli ultimi decenni, che già di per loro sono stati prodighi di colossali scemenze... senza parlare della disperazione assoluta della gente che viene travolta in prima persona da queste "risposte del governo" alla crisi epocale che stiamo vivendo.

Eppure, nulla trapela. Manifestazioni di migliaia di operai bellamente "schizzate" dai TG, inferni in terra che non sono presi minimamente in considerazione, rigurgiti di "legge e ordine", che riecheggiano sinistramente pezzi di storia drammaticamente già vissuti e che vorremmo lasciarci alle spalle, che altro non fanno che aumentare l'esasperazione e la sofferenza, senza peraltro minimamente colpire la vera criminalità... l'elenco potrebbe continuare ancora a lungo, ma diventerei noioso.

Forse, la chiave di lettura della mancata reazione della gente comune, del famigerato "uomo della strada" a tante e tanto drammatiche assurdità è proprio nella noia, nell'assuefazione al peggio, nel volere, nel dovere chiudere occhi, bocca e orecchie per poter continuare a sopravvivere, in una sorta di "sindrome delle tre scimmie" indotta per mantenere alto il controllo degli schiavi.

Certo, schiavi: senza catene ai polsi, senza nerbate sulla schiena, ma pur sempre schiavi, intesi come non liberi, impossibilitati ad esprimere la propria personalità, le proprie capacità, impastoiati in una ragnatela malefica fatta di leggi, norme, regolamenti, procedure, burocrazia, inefficienza, connivenza e malaffare che di fatto bloccano qualunque tentativo di rinnovamento, di costruzione di un sistema diverso, di associazione tra le persone per risolvere i problemi del loro quotidiano, e non sto parlando delle ronde, impediscono che la voce della gente possa dire qualcosa, qualsiasi cosa, per reindirizzare i sistemi di governo. Schiavi, appunto.

Buoni solo per generare consenso, vero o falso che sia, rigorosamente decerebrati, naturalmente od artificialmente, perché uno schiavo intelligente è uno schiavo pericoloso, utili solo per legittimare il potere (il "voto", l'unità di misura del potere, non ha niente a che vedere con la democrazia), spremuti come limoni economicamente, moralmente, fisicamente... schiavi, quindi.

Oh, certo, provate a dire una cosa del genere in un talk show e vi salteranno alla gola, da destra come da sinistra: la schiavitù è illegale, immorale, è stata bandita dalla nostra società da centinaia di anni (sic!), ma come ti permetti, siamo una democrazia libera, i cittadini sono tutti uguali... e via discorrendo. 
Provate un po' a pensare, però, a quanti sinonimi della parola "schiavo" esistono, e quindi a quante forme di non libertà, e provate poi a pensare a quanti sinonimi di "libero" esistono... la disparità è evidente. A me, per esempio, non vengono in mente, sinonimi di "libero"... la libertà è una, ed una sola. Ma può essere distrutta in molti modi...

Ho come un vago senso di amaro in bocca, un sapore disgustoso che prende allo stomaco e induce alla depressione. Ma non voglio, non posso deprimermi. Sono ancora a metà circa della mia vita, se la salute mi assiste, ed ho ancora il tempo per costruire qualcosa. E, perdiana, ho intenzione di costruire qualcosa, alla faccia di tutte le catene immaginarie o reali che esistono. Devo solo trovare il modo.

In fondo, qualcuno è veramente evaso anche da Alcatraz...

domenica 1 febbraio 2009

Raccogliere le idee

Fermarsi e raccogliere le idee è, come molti già citati in altri post, un classico luogo comune. Oggi, però, ho verificato che molti luoghi comuni, questo in primis, hanno una loro valenza, una effettiva realtà che spesso, data la connotazione negativa di "luogo comune", viene dimenticata.
Oggi, in un intermezzo, in uno iato di tempo libero, ero qui, seduto al computer, senza fare niente, ed ho iniziato a fantasticare. Non pure e semplici fantasie, no, ma effettivamente un "raccogliere le idee", raccattarle qua e là nella mia testa, soppesarle, provare a svilupparle, a guardarle con occhio critico, etichettarle e riporle in buon ordine.

Nulla di strano o di particolare, tuttavia ne ho trovate un paio di buone, e mi ci sono perso per un po'. Non le starò a raccontare, troppo lungo e troppo difficile per il momento, ma la cosa più sorprendente non erano le idee in quanto tali, quanto il fatto di averne ancora! In effetti, avevo data per dispersa la mia fantasia, la capacità di inventare una cosa che non ho ancora mai visto in giro, partendo dai brandelli di informazioni, di sensazioni, di immagini che normalmente affollano gli angoli delle teste di ognuno. Mi ero oramai rassegnato al fatto di essere "vecchio" per la creatività in quanto tale, come mi avevano insegnato, ed invece ho ancora delle possibilità. La cosa mi rincuora alquanto.

Rincuora e spaventa un po', visto che le idee, da sole, non si realizzano... bisogna darsi da fare, e parecchio, tanto più quanto più l'idea è all'apparenza balzana e nuova. E queste, soprattutto una, sono di quelle parecchio balzane, ma che ti entrano in testa, si attaccano ad ogni angolo, e non ti mollano più... mamma, che fatica si prospetta!

È vero, sono pigrissimo, solo l'idea della fatica mi stanca, ma l'adrenalina che un'idea ti può dare non ha prezzo. Ti ricarica, ti rincuora, ti fornisce un'energia che non sospettavi di avere ancora, Ti dà modo di affrontare il quotidiano con una speranza in più, con una marcia in più, con una prospettiva diversa, con la voglia di fare, costruire, inventare, sperimentare, crescere.


Forse, non tutto è perduto...

domenica 11 gennaio 2009

Il libro delle facce

Ebbene sì: ho deciso di andare in controtendenza, ed ho disattivato il mio account su FaceBook. Con buona pace di chi lo trova indispensabile,  irresistibile, utile o solo divertente, ho tolto la mia faccia dal libro sostanzialmente perché lo trovo inutile, ed anche un po' infantile. Eppoi un suo uso "fruttuoso" ruberebbe troppo del mio già poco tempo. Aggiungiamoci che tendo a creare e dimenticare username e password con estrema facilità (colpa mia): ogni volta doversela far rimandare è un tedio assurdo.

Non sono certo nella posizione di poter muovere critiche sociologiche ad un fenomeno di massa, ma la mia sensazione è quella di un "muretto" virtuale, con tutti i pregi ed i difetti dello stesso, quelle dinamiche di gruppo che tutti, chi più chi meno, hanno passato, o stanno vivendo.
Eppure, il fenomeno sta diventando realmente di massa: persone insospettabili si "loggano" sul libro delle facce, la domanda "sei su FaceBook?" appare ormai di default anche nei talk show, e rispondere di no può essere solo una provocazione, un voler essere bastiancontrari a tutti i costi. Se ne pontifica, anche: star lì a discutere se questo o quell'aspetto del libro delle facce sia più o meno efficiente o confacente allo scopo (quale?) sta assumendo le tradizionali caratteristiche della discussione da bar dello sport. C'è da dire che anche i soggetti che ne parlano in quei termini corrispondono al profilo... ma sto diventando acido e cattivo, e non mi va.

Resta il fatto che ho tolto la mia, di faccia, dal libro. C'è chi dice menomale, ma sono le solite malelingue... basta non dar loro ascolto.
E quindi l'ho tolta. Non sono sicuro delle sensazioni che mi pervadono, ora, ma sono un misto di sollievo e di preoccupazione. Senza una ragione apparente, il fatto di non dover rispondere ad un altro pubblico consesso mi solleva, dall'altro, ho la sensazione di essermi isolato ancora di più dal mondo, in un tentativo di sfuggire ad un "buffer overflow" da iperesposizione. Sono connesso da poco, tre anni circa, ma è abbastanza per sapere che la rete è un mare, un oceano, e così come il mare va rispettata, o può sommergerti. Bisogna saper nuotare bene, bisogna conoscere le correnti, i venti, le secche... e dove trovare il pesce migliore. Non è concepibile, perlomeno per me, affrontare il mare senza un'adeguata preparazione. Da qui il corollario conseguente: non credo di essere preparato.

Eppure, ora, sono qui e ne sto scrivendo... sono in mare e nuoto. La differenza, se c'è, è sottile... e non sono sicuro di averla capita. Ma amo il mio blog, con tutti i suoi limiti, che sono i miei, e ne centellino le risorse, gustandole una per una, godendo del piacere dello scrivere, piacere solitario per elezione, senza sentirmi in contraddizione per non volere essere nel libro delle facce.

Sto scrivendo questo post in maniera discontinua, interrotto da cene, telefonate, giorni di pausa, quindi so da me che è un po' slegato, nella sua struttura. È il rischio del blog. Ma forse è proprio questo che me lo fa amare di più: questo suo comunque essere disponibile, in qualunque momento, a riprendere un discorso interrotto come nulla fosse successo, con la pazienza di un ascoltatore attento e discreto, senza aver nulla a pretendere più di un senso quasi compiuto, di una frase in corretto italiano.

In fondo, è esattamente quello che sono io.

mercoledì 31 dicembre 2008

Continuum

Tutto scorre... la continuità è una caratteristica del tempo, almeno come lo intendiamo noi e senza entrare troppo nei sofismi della fisica. Vuole dire semplicemente che domani il sole sorgerà ancora, e non sarà poi troppo diverso da oggi. Forse noi saremo differenti, la coscienza del tempo che passa lascia sempre il suo segno, una tacca in più, un istante in più, un altro po' più avanti. La chiave è il segno "più" che viene comunemente incaricato di indicare l'avanzare del tempo: è come se ricordassimo a noi stessi che andare avanti è comunque sinonimo di crescere, di aggiungere, di guardare in alto. Tornare indietro è concesso raramente, e mai in termini assoluti: tornare sui propri passi è comunque un movimento in avanti nel tempo, perciò non ti bagnerai mai nelle stesse acque di un fiume... esso scorre, per l'appunto.



Perché, allora, celebrare delle ricorrenze? Cos'è che realmente ricorre, in un sistema dove tutto muta costantemente? Perché inseriamo dei "keyframes" nel flusso inarrestabile delle cose, boe che abbandoniamo immediatamente alla corrente, a cui non potremo ancorarci mai più? Cos'è che fa di una data, un simbolo inesistente in natura, un qualcosa che ci dà il senso del ciclo, del ripetersi, del ritrovare un punto noto, cui tornare ad aggrapparsi per non avere l'ansia di essere spersi nell'ignoto? È vero, esiste il ciclo delle stagioni, la Terra gira intorno al sole in un'orbita chiusa e via discorrendo, ma in realtà anche il ciclo delle stagioni, anche l'orbita della Terra non sono mai esattamente uguali a se stesse: anche il sole, domani, sarà diverso. Dunque? Perché lasciare una traccia che non potrà mai essere seguita?

Beh, a me viene in mente una cosa: per due punti passa una ed una sola retta. Che ci azzecca? Ora vi spiego. Le creature viventi, sul nostro pianeta, hanno tutte, chi più chi meno, una funzione che le differenzia dagli oggetti inanimati: la memoria. Da quella istintiva, oserei dire programmata, degli insetti e delle creature unicellulari fino a quella dei delfini, degli elefanti, e dell'uomo. La memoria è il luogo dove quei "keyframes" acquistano un significato, dove, guardando all'indietro nel tempo, puoi vedere la strada che hai fatto, le svolte, le incertezze e le direzioni che hai preso, fino ad arrivare dove sei ora, in questo preciso istante. Guardare indietro, però, non può essere fine a se stesso: sarebbe come voler guidare in retromarcia, osservando la strada solo dagli specchietti. E comunque andando indietro... io credo che il significato sia un altro. Per due punti passa una ed una sola retta. Che punti? Beh, i più ovvi: il tuo stato presente e l'ultimo ricordo che ti interessa ricordare, l'ultimo "keyframe" che vuoi prendere in considerazione. E la retta a cosa serve? Ad indicarti la strada.

Certo, espresso così può sembrare semplicistico, troppo lineare (lineare? Guardate bene...), una sorta di determinismo portato all'eccesso. Però sono convinto che è esattamente ciò che succede. Anche se più che di rette si potrebbe invece parlare di curve, di coni di probabilità, di traiettorie... che possono spesso sembrare intricate ed assurde come i bastoncini dello Shangai. E che, altrettanto spesso, necessitano della stessa pazienza e mano ferma per essere portati a ragione. Tutto, però, passa per un unico punto: adesso. Ora, in questo preciso istante, mentre io scrivo, mentre tu leggi, mentre entrambi ci spostiamo nel tempo e nello spazio. 

Non sono ònfalomane (dal greco "omphalos", ombelico), non penso che io, o chiunque altro, sia il centro dell'universo, anzi: sono convinto che l'universo esiste grazie alle relazioni che intercorrono tra tutti i suoi punti, grazie all'esistenza stessa di questi punti, che creano la trama di quest'adesso, spostandosi tutti assieme, chi in una direzione, chi in un'altra. Ma tutti in avanti. Ognuno nel proprio avanti. Alcuni nello stesso avanti. Altri in avanti opposti. Comunque avanti.

Quindi, segnamo con un'altra boa la mezzanotte di questo trentuno di dicembre del duemilaeotto ed andiamo avanti.

Buon anno a tutti.

martedì 30 dicembre 2008

Tutto sommato

È tempo di bilanci, il nuovo anno ha già suonato il campanello, tra poco entrerà in casa, sarà nostro ospite per un anno intero, bisogna preparare la stanza. Chi ci lascia, invece, sta presentando il conto: partita doppia, dare ed avere, col conguaglio di fine anno. E quest'anno, mi sa, siamo andati pesantemente in rosso. Investimenti sbagliati, speculazioni azzardate, economia creativa, molto creativa, quasi cretina, un vortice di cifre da capogiro che si sono volatilizzate, svanite nel nulla, un castello di carte che è miseramente crollato al primo soffio di vento. La piramide era rovesciata ed ha perso l'equilibrio. E pensare che la fantascienza l'aveva previsto, almeno... boh, non ricordo, ma penso non meno di vent'anni fa. Era un vecchio Urania, il titolo era "Effetto valanga", ed ipotizzava il crollo dell'economia mondiale, che, dopo affannose ricerche, si stabiliva fosse partito dal mancato acquisto di un frigorifero... la parte fantascientifica era il fatto che tutto ripartiva dopo che il governo (statunitense, manco a dirlo) con gli ultimi soldi liquidi rimasti in cassa, finanziava quell'acquisto, e la catena si rimetteva miracolosamente in piedi. Pura fantascienza, appunto.

Il nocciolo della questione, però, era assolutamente azzeccato: la fragilità intrinseca dell'economia occidentale, mutabile come il tempo meteorologico, e con le stesse probabilità di essere prevista, o pianificata. I meteorologi, però, partono con la consapevolezza che il loro lavoro può essere vanificato dal battito d'ali di una farfalla, e che la complessità della meteorologia stessa è ben lungi dall'essere pienamente compresa. Partono, soprattutto, dalla consapevolezza che esiste un "sistema pianeta" che ingloba e comprende ogni singola molecola presente sulla nostra cara vecchia palla di fango, quindi niente, assolutamente niente, è irrilevante, o secondario, od ininfluente. Solo, non riusciamo a comprendere tutto, non riusciamo a creare un sistema che possa comprendere tutto, quindi partiamo con un pesante handicap di conoscenza, di progettazione, di capacità di azione.

Una persona razionale, nella media, con queste premesse, non cesserebbe certo di agire, è stupido restare paralizzati dalla paura di sbagliare, ma certamente agirebbe con più umiltà, con la certezza che l'errore, sempre in agguato, è conseguenza diretta delle azioni umane: la presenza almeno di un piano B è assolutamente indispensabile, in qualunque situazione. La reversibilità delle proprie azioni è comunque consigliabile, tornare indietro per prendere un'altra strada non è un disonore, e l'umiltà di ammettere i propri errori è un requisito fondamentale dell'intelligenza. L'altro, è imparare dagli errori. È il solo modo di crescere.

Ma il bilancio di quest'anno è in rosso proprio su questo versante: non ho sentito che poche parole di umiltà, in sordina, e non vedo una tendenza ad imparare degna di nota. Eppure, gli errori sono macroscopici, quasi giganteschi, ed hanno lasciato tracce ben visibili della loro genesi... la sensazione è quella di gente disperatamente attaccata alle proprie poltrone, per non perdere neanche un'oncia di potere, di controllo, di ricchezza, che nega anche l'evidenza, a spese di tutti gli altri. Non so voi, io comincio a rompermi le palle, di gente così.

Tutto sommato, quindi, il bilancio di quest'anno lo potrei definire ancora una sostanziale incognita: quanto riusciremo a capire? Quanto riusciremo ad imparare? Siamo in bilico tra l'arrogante sicumera di tanti, troppi trentenni e la caparbia dabbenaggine di molti, troppi ultrasessantenni. I primi, per compensare l'assoluta mancanza di sicurezza, cercano, si creano dei punti fermi cui ancorarsi; i secondi, per coprire l'assoluta idiozia di certe scelte, forzano il sistema a rimanere in piedi, senza capire che mai le bastonate ad una mucca hanno prodotto più latte.

In mezzo, tra l'incudine e il martello, ci sono quelli come me. I figli del boom economico, i ventenni degli anni Ottanta, quelli che hanno visto l'ascesa e il declino troppo da piccoli per poter fare qualcosa, e che ora sono troppo vecchi per prendere iniziative coraggiose. Quelli che hanno atteso invano di poter prendere decisioni, che sono rimasti fregati nel ricambio, che ha perso il passo, ed ha saltato una generazione. Non è una generica geremiade, ma la consapevolezza che il nostro essere tramite tra l'incudine e il martello ha perso di significato, per trasformarci semplicemente in un cuscinetto informe tra una forza irresistibile ed un oggetto inamovibile. In effetti, per dirla alla Forrest Gump, mi sento un po' acciaccato...

Ma come per le antiche lame giapponesi, o quelle arabe, od un semplice coltello da cucina, l'essere tra l'incudine e il martello vuole dire forgiarsi, temprarsi, diventare più forti, taglienti, flessibili e resistenti... alla fine della fiera, quelli della mia generazione sanno di poter affrontare qualunque cosa, e di fatto lo fanno tutti i giorni, sanno essere pazienti, sanno mantenere la calma... però il proverbio recita "guardati dall'ira del paziente": dunque, forse, è ora di farsi girare un po' le palle. Tanto per mettere i puntini sulle "i".

Per adesso, però, mi siederò sulla riva del fiume, ad aspettare. Il tempo, si sa, risolve molte cose, chissà che non risolva anche questa. In caso servisse, gli darò una mano... a modo mio.

giovedì 25 dicembre 2008

Caro Babbo Natale...

Non poteva mancare la "letterina"...
Anche se ho poco tempo, tra mezz'ora circa si parte per il pranzo di famiglia, due righe due devo lasciarle, a testimonianza di un Natale in tempo di crisi.

Quindi, caro Babbo Natale, vedi di fare il tuo dovere, e porta un po' di speranza, un po' di serenità a tutti quelli che ne hanno davvero bisogno. Oggi il cielo è grigio, un freddo umido permea questa strana atmosfera natalizia, ma io so che oltre le nuvole il sole continua a splendere. Forse un po' indifferente alle cose umane, ma splende. Allora, andiamo avanti, sempre e comunque, e cerchiamo di godere dell'oggi, perché, come diceva un saggio dei cartoni animati, "ieri è storia, domani è un'incognita, ma oggi è un dono... è per questo che si chiama presente!".

Bene, oggi è il venticinque di dicembre del duemilaeotto, quindi:
buon Natale a tutti!